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Detti e Contraddetti 2001 - 2° semestre
Autore: Matteo Perrini, 

DETTI E CONTRADDETTI 2001 – 2° SEMESTRE

 

Rubrica settimanale tenuta sul Giornale di Brescia


5 luglio 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Il vero signore". 1. Il vero signore è simile a un arciere: se manca il bersaglio, ne cerca la causa in se stesso (Confucio). 2. Esser mediocre a gran signor non lice (Giuseppe Parini, «Il mattino», verso 1058). "Saper ascoltare". Chi sa ascoltare non soltanto è simpatico a tutti, ma dopo un po' finisce con l'imparare qualcosa (Wilson Mizner).
"Il "di più" dell'arte". Uno dei compiti principali dell'arte è stato sempre quello di creare esigenze che al momento non è in grado di soddisfare (Walter Benjamin, «L'arte nell'epoca della sua riproduzione tecnica»). "L'arte libera". Più l'arte è controllata, limitata, lavorata e più è libera (Igor Stravinskij, «Poetica musicale»). "La dignità dell'artista". La dignità dell'artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo (Gilert K. Chesterton, «Generally Speaking»).
"Non solo parlare". Tra il dire e il... dire ci sia il pensare (Levi Appulo). "La vera bellezza". La vera bellezza non ha niente a che vedere con l'età (Louise Bourgeois, scultrice). "A forma di croce". Il piccolo uccello, quando è formato, / vola nel vento e a forma di croce spiega le ali. / Ma se le ali rimangono chiuse, / rifiutandosi al farsi segno della croce, / anche l'aria si rifiuta all'uccello (Efrem il Siro, vissuto nel IV secolo dopo Cristo, autore degli «Inni sulla fede», trad. it. Paoline, 2001).

SE IL POLITICO È SCHIAVO DELLA PROPRIA VANITÀ. In uno degli scritti più penetranti - tradotto in italiano da Antonio Giolitti con il titolo "Il lavoro intellettuale come professione" (Einaudi, Torino 1969) - Max Weber si chiede. «Che uomo deve essere colui al quale è consentito mettere le mani negli ingranaggi della storia?».
Per far politica a un certo livello occorre, infatti, non un qualsiasi tipo di uomo, ma una persona dotata di specifiche e non generiche qualità perché assolvere un compito politico - diretto alla polis, ossia all'attuazione del bene comune - è insieme una professione e una chiamata.
Orbene per Max Weber il «peccato mortale della politica» è certamente il potere per se stesso, allo scopo di soddisfare la propria vanità o il proprio interesse personale: «Proprio in quanto la potenza è l'indispensabile strumento di ogni politica e l'aspirazione al potere una delle sue forze propulsive, non si dà aberrazione dell'attività politica più deleteria dello sfoggio pacchiano del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimento della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale» (trad. it. pag. 103).
Il politico schiavo della propria vanità è continuamente in pericolo di diventare un istrione, preoccupato com'è dell'impressione che egli fa sul popolo divenuto ai suoi occhi un «pubblico» di spettatori. Il politico vanaglorioso, prigioniero della «prestigiosa apparenza», è indotto di continuo a sfoggiare il potere ed il suo agire decade inevitabilmente in un «agitarsi inconcludente».
Forse è per questi rischi insiti nella vanità del politico che sia gli idealisti alla Platone, sia i realisti come Machiavelli hanno sempre invitato chi governa a guardarsi dall'adulazione: «bestia terribile e perniciosa, in cui la natura infuse un certo piacere non privo di fascino» ("Fedro" 240 b), «vera peste da cui è difficile difendersi perché li uomini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie e in esse si ingannano» ("Il Principe", cap. 23).

RIFLESSIONI SULL'ARTE. 1. Il problema del rapporto arte-vita, della creazione e della realtà non si era mai posto in maniera così acuta come nei tempi moderni. La creazione artistica non deve essere soggetta a norme ad essa esterne, morali, sociali o religiose. Ma l'autonomia dell'arte non significa affatto che la creazione artistica possa o debba essere separata dalla vita spirituale e dallo sviluppo spirituale dell'uomo. L'arte non è una cosa vuota. L'arte libera cresce dalla profondità spirituale dell'uomo, come libero frutto (Nikolaj Berdiaev, 1910).
2. Non ritengo mio compito quello dell'invenzione... Non ho alcun desiderio di brillare in questo campo; l'invenzione è per l'artista semplicemente il mezzo per far meglio risaltare la realtà e concentrarsi su di essa (Aleksandr Solzenicyn, 1976).
Una letteratura che non sia l'atmosfera della società ad esse contemporanea, che non ardisca di trasmettere alla società il proprio dolore e la propria inquietudine, di mettere in guardia al momento opportuno contro gli incombenti pericoli morali e sociali, non merita neppure il nome di letteratura, ma appena di cosmesi (A. Solzenicyn, 1996).


12 luglio 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Non cedere all'indifferenza". L'indifferenza è morte prematura (Anton Cecov). "La bestemmia del disperato". Dio gradisce di più le bestemmie di un disperato che le lodi compassate del benestante durante il culto domenicale (Lutero). "Le mani giunte". Fanno restare senza fiato, oggi, / le mani giunte (Paul Celan, poeta ebreo tedesco, morto suicida a cinquant'anni, nel 1970). "L'assordante silenzio dei cosiddetti onesti. Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti (Martin Luther King). Quando cambia il cuore del proprio cuore". L'amore entrò nel mio cuore col desiderio di dimenticare sempre me stessa e da quel momento fui felice (Teresa di Lisieux).

FANTAPOLITICA E MITOPOIESI. Lo confesso, non ho mai sopportato l’esaltazione fanatica del "lider maximo" di turno, quali che siano i suoi meriti veri o presunti, le speranze fatte balenare agli occhi dei suoi sostenitori, l’ampiezza dei consensi ottenuti. Un’altra volta in questa rubrica ho ricordato che fu un soldato inglese a farmi capire, quand’ero giovanissimo, perché in politica non si deve mai idolatrare un capo. Conversavo con lui nella stazione ferroviaria di Gioia del Colle, in Puglia, in attesa di un treno che non arrivava mai. Si era nel dicembre del 1943. A un certo punto gli dissi incautamente: “Voi inglesi siete certamente orgogliosi di avere una guida come Winston Churchill”. La risposta fu: “I capi politici non vanno mai esaltati. Noi inglesi ci riteniamo molto fortunati se, alla fine del loro mandato, possiamo constatare che hanno meritato il nostro rispetto”. Non ho mai dimenticato quelle parole.
L’adulazione, e peggio l’idolatria, del capo è in ogni ambito, non escluso quello religioso, rivelatrice di un’atavica disposizione al servilismo e all’autocensura, anche in chi esibisce il suo presunto anticonformismo. Essa è comunque pericolosa per chi si sia insediato al potere, soprattutto all’indomani di una sonante vittoria, perché lo spinge a smarrire quel senso del limite senza del quale non è neppure immaginabile una politica al servizio del bene comune.
Propongo alla riflessione dei lettori un testo “adulatorio” esemplare per commistione di mitopoiesi e fantapolitica: “Berlusconi è come Michelangelo: ha fatto un’opera d’arte delle sue aziende. Ha fatto un’opera d’arte con il partito. È un’opera d’arte anche lui. È come Michelangelo. Politica e cultura coincidono”. Questa dichiarazione è di Vittorio Sgarbi e l’Ansa l’ha trasmessa alle ore 20,45 del 12 giugno 2001.

CONTORSIONI LESSICALI SUGLI ESAMI DI MATURITÀ. Come ogni anno, in attesa degli esami nelle scuole, ricorre l'auspicio che i professori siano «giusti, ma non severi». Ha senso? Per chi voglia consultare qualche dizionario, i due termini risultano pressoché sinonimi. Alla voce «severo» del Devoto-Oli si legge: «Alieno da indulgenze o cedimenti». A sua volta il Palazzi spiega: «Dal latino severus, che non transige in quanto si riferisce alla giustizia». E in ogni altro testo esplicativo, il contrario di severo non viene detto giusto, ma «indulgente» o persino «debole».
Chi esorta dunque all'indulgenza, come se nella scuola italiana ce ne fosse bisogno, sia esplicito e se ne assuma la responsabilità. Proprio in certe contorsioni lessicali s'annida spesso quella tendenza lassista, che in Italia contribuisce all'insufficienza dell'istruzione media rispetto ai parametri europei. Così, alla fine, grava sul sistema universitario l'onere dannoso d'intrattenere moltitudini in larga misura prive di nozioni adeguate su ogni materia e persino sulla madrelingua (Alberto Ronchey sul "Corriere della Sera" del 14 giugno 2001).

«NEL LABIRINTO» DI PIER LUIGI PIOTTI. "Una buona ragione". Non ce la faccio a vivere. Mi sento / abbandonata, sola, sola, sola. / Una buona ragione per morire.
Ma noi che a ciglio asciutto commentiamo, / sordi a quel grido, noi dov'eravamo? / Troppo distratti per poterla udire (Per Agata Azzolina, suicida dopo la morte del marito e del figlio, assassinati da mano mafiosa).
"Care piccole cose". Care piccole cose, senza noi / subito spente, mute, polverose; / casa mia dolce, dolci cose / che in lei splendete, che sarà di voi?
Queste due brevi poesie fanno parte della raccolta "Nel labirinto" di Pier Luigi Piotti, il poeta bresciano autore ispirato di "Alla vostra domanda" e di Ferrarezza. Il volume è appena uscito per i tipi della Grafo Edizioni, Brescia.


19 luglio 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Ma che sa il cuore?" Certo, il cuore, a chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto (Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi»). "Il mio consiglio ai giovani". Questo è il mio consiglio ai giovani: aver curiosità (Ezra Pound in un'intervista alla televisione italiana, 7 giugno 1968).
"La peggiore decadenza". La peggiore decadenza non è quella che nasce da un eccesso di raffinatezza in un'élite, ma dalla volgarità e malvagità generali (Maurice M. du Gard). "La differenza". Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo 'dopo' che è stata costruita; ma una cosa creata si ama 'prima' di farla esistere (Gilbert K. Chesterton nella «Prefazione» al "Circolo Pickwick" di Charles Dickens).
"La libertà non è un fine". La libertà non è un fine, è un mezzo. Chi la scambia per un fine, quando la ottiene, non sa che farsene (Nicolàs Gòmez Dàvila, «In margine a un testo implicito», Adelphi, 2001). "La categoria del singolo". Per Dio non ci sono individui (N.G. Dàvila, ibid.).

L'INCONTRO CHE STA ALL'INIZIO DELLA NOSTRA CIVILTÀ. Nel suo pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza, la terza tappa di Giovanni Paolo II, dopo il Sinai di Mosè e la Terra Santa, è stata Atene. Nel discorso tenuto il 4 maggio 2001, alla presenza del presidente della Repubblica greca, Kostas Stephanopoulos, il Papa ha sottolineato con grande forza il valore decisivo per la civiltà europea, e anche per quella del mondo intero, dell'incontro tra cultura classica e cristianesimo. Sono lieto di proporre ai lettori la traduzione italiana dei passaggi centrali di quel discorso, il cui testo è stato pubblicato integralmente su "L'Osservatore Romano" del 5 maggio 2001.
«Molto tempo prima dell'era cristiana l'influenza della Grecia era diffusa ampiamente. Nell'ambito della stessa letteratura biblica, gli ultimi libri dell'Antico Testamento, alcuni dei quali scritti in greco, sono profondamente segnati dalla cultura ellenica. La traduzione greca dell'Antico Testamento, nota con il nome di "Settanta", ebbe una grande influenza nell'antichità. Il mondo con il quale Gesù entrò in contatto era ampiamente pervaso dalla cultura greca. Quanto ai libri del Nuovo Testamento, essi sono stati divulgati in greco, il che permise loro di diffondersi più rapidamente. Non si trattava però di una semplice questione linguistica: i primi cristiani fecero parimenti ricorso alla cultura greca per trasmettere il messaggio evangelico.
Certo, i primi incontri tra i cristiani e la cultura greca furono difficili. Prova ne è l'accoglienza riservata a Paolo quando andò a predicare nell'Aeropago ("Atti degli Apostoli" 17, 16 - 34). Spetterà ai primi Apologisti, come il martire san Giustino, dimostrare che un incontro fecondo tra la ragione e la fede è possibile.
Una volta superata la sfiducia iniziale, gli scrittori cristiani iniziarono a considerare la cultura greca come un'alleata piuttosto che una nemica e i grandi centri del cristianesimo ellenico videro la luce attorno al bacino del Mediterraneo».
In tutti i grandi Padri della Chiesa, latini e greci, la simbiosi tra l'eredità ellenica classica e il messaggio cristiano trova un'espressione di straordinaria potenza e creatività.
«Gradualmente - continua il Papa - il mondo ellenico divenne cristiano e la cristianità divenne, in un certo senso, greca; quindi nacquero la cultura bizantina in Oriente e la cultura medievale in Occidente, tutte e due ugualmente pervase di fede cristiana e di cultura greca». E quella simbiosi sta alla base della grandiosa sintesi teologica e filosofica di Tommaso d'Aquino; né sarebbe possibile intendere l'umanesimo cristiano, da Petrarca a Erasmo da Rotterdam, e l'arte e la cultura del Rinascimento senza il contributo della "Scuola di Atene" celebrata nell'opera pittorica di Raffaello.

POESIA DEL NOSTRO TEMPO. "Preghiera". Le foreste ci precedono / ci seguono i deserti. Sparge il sale, / per dove passa l'angelo del male.
Dio della vita, amore immenso, salvaci.. / Salva le foreste / dal sale e dalla scure; / le creature / dall'angelo ribelle; / l'umanità dall'uomo assatanato.
Rissosi in piccoletta stanza / fa che possiamo riscoprire il senso / di una nuova salvifica alleanza (Pier Luigi Piotti, "Nel labirinto", Grafo Edizioni, Brescia 2001).


26 luglio 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "La tensione all'oltre". Uno dei compiti principali dell'arte è sempre stato quello di creare esigenze che al momento non è in grado di soddisfare (Walter Benjamin). "Quel niente che è tutto". L'arte non insegna niente, tranne il senso della vita (Henry Miller). "L'arte autentica eleva". L'arte non deve ami tentare di farsi popolare. Il pubblico deve cercare di diventare artistico (Oscar Wilde). "La bellezza e la rivoluzione". La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.

QUANDO MANCA IL CONSENSO DELLA MAGGIORANZA SU GRANDI QUESTIONI DI CARATTERE MORALE. Nella rivista di cultura e attualità religiosa "Jesus" del giugno 2001 Franco Monaco affronta un problema delicato: l’intreccio spinoso tra verità, valori e democrazia.
Può succedere, e spesso in concreto succede, che su problemi di grandissima rilevanza etica la maggioranza prenda decisioni in contrasto con la visione cristiana della vita. In quei casi, la decisione può e deve essere contestata dai cristiani sul piano etico, ma essa rimane legittima sul piano giuridico e politico. Può e deve addolorarci molto che in un Paese i più non siano disposti a riconoscere la verità di certi valori cristiani, ma in una democrazia il principio di maggioranza informa le procedure, le regole e le leggi inerenti alla vita della comunità. Perché cittadini di diverse fedi e di opposte opinioni possano convivere senza imporre o subire violenza la storia non conosce una prassi meno incivile e più funzionale di quella garantita dal metodo democratico.
In questi casi che cosa fare? “I cristiani laici devono agire lungo due direttrici. Occorre, in primo luogo, testimoniare, sul piano personale e comunitario, la verità tutta intera di quei valori e di quei diritti, ancorché essi risultino minoritari sul piano sociale e politico; ma non per questo i cristiani devono disertare le istituzioni politiche e separarsi dagli altri concittadini, facendo ghetto. Il loro compito è lavorare alla ricerca e all’attuazione del bene comune, concretamente possibile nella situazione in cui sono chiamati a vivere, “attraverso un’azione volta a far maturare un più largo consenso intorno a quei valori-diritti ancora non adeguatamente apprezzati dalla maggioranza”.
Se dovessi indicare un testo a cui torno spesso, quando si devono affrontare questioni tanto importanti, rinvierei i lettori più pensosi a un piccolo scritto che si colloca alle sorgenti dell’esistenza cristiana, quando i seguaci della nuova forma di vita erano, sì, statisticamente minoranza, ma sapevano molto bene qual era il loro insostituibile ruolo nel mondo. Parlo dell’«A Diogneto». Si può leggerlo nelle edizioni La Scuola di Brescia. In questo caso mi sento autorizzato a scrivere che il consiglio è pienamente condiviso anche da Franco Monaco, discepolo prediletto di Giuseppe Lazzati.

«EUROPA, CONOSCI TE STESSA... PER COSTRUIRE IL TUO FUTURO». Nei rapporti con la cultura greca l'annuncio del Vangelo ha dovuto compiere sforzi di vigile discernimento, per accoglierne e valorizzarne tutti gli elementi positivi, respingendo nel contempo gli aspetti incompatibili con il messaggio cristiano. Quel dialogo rispettoso e franco ha potato a compimento l'ideale greco della "cosmopolis" per un mondo veramente unito, pervaso di giustizia e fraternità.
Siamo in un periodo decisivo della storia europea; spero con tutto il cuore che l'Europa che sta per nascere riprenderà in modo rinnovato e creativo la lunga tradizione di incontro fra la cultura greca e il cristianesimo, dimostrando che non si tratta di vestigia di un mondo scomparso, ma dei fondamenti dell'autentico progresso umano a cui il mondo aspira.
Sul frontone del tempio di Delfi sono incise le parole "Conosci te stesso"; invito, quindi, l'Europa a conoscere se stessa sempre più a fondo. Tale conoscenza si realizzerà solo se essa esplorerà nuovamente le radici della sua identità: radici che affondano profondamente nell'eredità ellenica classica e nell'eredità cristiana, che portarono alla nascita di un umanesimo fondato sulla percezione che ogni persona umana è fin dalla sua origine immagine e somiglianza di Dio (Dal discorso che Giovanni Paolo II pronunciò ad Atene il 4 maggio 2001).


2 agosto 2001

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Lui sì che è un uomo formidabile!" Quando suona il campanello della sua coscienza, finge di non essere in casa… Non ha mai capito nulla, ma quel nulla lo sostiene e lo difende con argomenti così importanti ed autorevoli che finisce col credere di essere un uomo formidabile (Leo Longanesi). "Gli occhi del cuore". Non si vede bene che col cuore; l’essenziale rimane invisibile agli occhi (Antoine de Saint-Exupéry in «Il piccolo principe»).
"Dove sta la nostra gioia". Ciò che rende lieta la vita non è fare le cose che ci piacciono, ma trovare piacere nelle cose che dobbiamo fare (Goethe). "Sperare e disperare". Sperare / a voce bassa e vergognosamente / è la cosa difficile. / La cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione (Charles Péguy).

QUANDO UN SONDAGGIO NON DOVREBBE MAI ESSERE FATTO. La curiosità, si sa, è la prima virtù di un reporter insieme, probabilmente, alla velocità. Ma questa curiosità non sempre può essere appagata: ci sono questioni insondabili, o sondabili solo in tempi molto lunghi. Una realtà difficile da accettare per un giornalista. Pane quotidiano per noi ricercatori. Qualche tempo fa mi arrivò la richiesta di realizzare un sondaggio sulla pena di morte per i pedofili. Un tema di sicuro appeal giornalistico, visto e considerato che la cronaca nera ci riporta ogni giorno squallidi casi di abuso sui minori. Proprio il giorno prima era stato ritrovato il cadavere di Silvestrino Delle Cave, il piccolo di nove anni barbaramente violentato e ucciso in provincia di Napoli.
Cercai di spiegare al giornalista che mi voleva commissionare il lavoro, che il risultato dell’indagine sarebbe stato inficiato dall’ondata emotiva seguita alla morte del bambino. Lui insistette. Alla fine mi rifiutai di svolgere il sondaggio. Un rifiuto che altri miei colleghi non opposero. Tanto che il sondaggio, qualche giorno dopo, uscì regolarmente.
Questo brano esemplare è tratto dal volume "Opinioni in percentuale - I sondaggi tra politica e informazione", Ed. Laterza, Bari 2001. L’autore è Nando Pagnoncelli, direttore di “Abacus”, uno dei professionisti più intelligenti e preparati fra quanti in Italia operano nel settore delle ricerche di mercato e dei sondaggi sociali e politici.

BEPPE FENOGLIO E LE FORZE TEMPESTOSE CHE SOVRASTANO LA VITA. Non limiterei le qualità di Fenoglio, come alcuni vogliono, alla compatta concisione del cronista; troppo più complessa e straziata essendo la sua visione del mondo, la dolcezza dei paesaggi, i contraccolpi della memoria, il respiro della natura, e direi la reverenza quasi religiosa che egli porta alla scarna e infinita avventura umana.
Dietro ogni tratto di cronaca sta la rivelazione delle forze tempestose che sovrastano la vita, severe imperative e implacabili. Prima di una fucilazione, Johnny manda al condannato un pacchetto di sigarette. «Ma ricordati - aggiunge a un compagno intenerito - che senza morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso». Di fronte a un morto nemico un ragazzo partigiano bisbiglia: «Ho capito una cosa Johnny. Che sua madre e la mia sono la medesima unica persona». E infine, quando portano entro un lenzuolo - «come un morto in montagna o in mare»- il cadavere di un compagno, Johnny «ci vide il sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai persiani due millenni avanti». In questo riverbero tragico e quasi fatale della grandezza nel destino dell’uomo sta soprattutto la indubitabile poesia di Beppe Fenoglio.
Ecco un breve, intenso giudizio su Fenoglio, un ritratto essenziale di un autore che onora il nostro Novecento letterario. È tratto dal volume "Il critico giornaliero", in cui sono raccolti gli «scritti militanti di letteratura 1948-1993» di Geno Pampaloni (Bollati Boringheri, 2001).

POESIA DEI NOSTRI GIORNI. "La storia di un fanciullo metafisico". Era un povero fesso, / attraversò la vita / chiedendole permesso. / Diceva: ciò che è mio è tuo.
«Da dove? Per dove?» Era il suo tormento. / Veniamo da padri lontani, andiamo / dove ci porta il vento. / Ci sovrasta un disegno; / ma prima o poi, qualcuno anche per noi / colpirà nel segno.
Sorridendo a se stesso sparì nel buio pesto. / «Ma non è finita», lasciò scritto, / «ci rivedremo presto».
Ah, già dimenticavo: lui / fece tutto da solo; era un «enne-enne», / un Peter Pan, un pargolo perenne / nato, cresciuto, morto in mezzo ai cavoli (Pier Luigi Piotti, Nel labirinto, Grafo Edizioni, Brescia 2001).


9 agosto 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "I bambini, il vero tesoro dell’umanità". Dove sono i bambini lì c’è un’età dell’oro (Novalis). "Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino…" Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e poi vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi (Carl G. Jung).
"Bellezza e malinconia". 1. La malinconia è la nobile compagna della bellezza, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore (Charles Baudelaire nelle «Opere postume»). 2. Un velo di mestizia par che avvolga la Bellezza; e non è velo, ma il volto stesso della Bellezza (Benedetto Croce ne «La poesia»).

UNA STRATEGIA COMUNE PERCHÉ IL MONDO ABBIA UN FUTURO. In teoria tutti sono d’accordo nel riconoscere che la qualità della nostra vita dipende dal progresso sociale e da un’adeguata gestione dell’ambiente, ma anche dai risultati economici. Il problema non è convenire su questo principio indiscutibile; il problema, come dimostrano i fatti, si manifesta quando si tenta di tradurre il principio affermato in linee d’intervento concreto. E qui a far difetto sembra essere proprio la volontà politica. Nel 1992, al vertice sulla terra di Rio de Janeiro, i Governi mondiali intervenuti s’impegnarono solennemente a favorire uno sviluppo sostenibile, ma in quasi dieci anni non hanno fatto seguire a quell’impegno decisioni coerenti. L’Europa non crede che si possa ancora calpestare i bisogni della gente e procedere ciecamente verso il disastro e per bocca del suo presidente, Romano Prodi, si batte perché i Paesi più economicamente avanzati si assumano finalmente le loro responsabilità. E questo per due motivi fondamentali.
«In primo luogo, malgrado il livello del nostro tenore di vita sia per molti versi superiore a quello goduto in qualsiasi epoca precedente, una serie di fatti minaccia gravemente la qualità della nostra vita. Fenomeni che si stanno sviluppando lentamente, ma che rischiano di deteriorare pesantemente la vita delle future generazioni: non quelle lontane, ma quelle dei nostri figli e nipoti. Mi riferisco al pericolo che si possa lasciare in eredità a chi ci segue un pianeta depauperato delle sue risorse naturali e avviato a modifiche ambientali dagli effetti imprevedibili. Evitarlo è una nostra responsabilità, una responsabilità che abbiamo ora. Non abbiamo il diritto di sfuggire a tale responsabilità.
In secondo luogo occorre indirizzare le nostre economie verso modelli di sviluppo più sostenibili e socialmente compatibili. Questa sfida richiede mutamenti nei nostri comportamenti quotidiani, anche in termini di attività produttive, ma ha dentro di sé i germi di nuove opportunità di sviluppo. E sono opportunità di grande rilievo. Le politiche per uno sviluppo sostenibile innescheranno, infatti, un’ondata di innovazioni tecnologiche, di investimenti, di ricerca scientifica: quindi nuova occupazione ad ogni livello formativo. Dobbiamo assolutamente saper sfruttare a pieno questa opportunità: è il nostro immediato futuro».

IL PREZZO DA PAGARE PER LE COSE CHE NON HANNO PREZZO. I miopi, si sa, abbondano anche nella classe politica e imprenditoriale. A costoro Prodi risponde nel suo intervento su "La Stampa" del 15 giugno scorso in questi termini: «Certo, in alcuni settori, nell’immediato, le misure per contrastare le tendenze non sostenibili comporteranno costi rilevanti. Questi costi saranno equilibrati dalle fonti di reddito delle nuove produzioni, in grado di offrire prodotti migliori con minori sprechi. Le riduzioni di posti di lavoro, che si verificheranno in determinati settori, saranno compensate da maggiore occupazione in altri. Inutile nascondersi dietro un dito: il futuro ha un prezzo, anche a causa dei ritardi, dei continui rinvii, delle mancate scelte e degli errori accumulati da chi ci ha preceduto. Ma qual è il prezzo della vita e dell’avvenire dei nostri figli? Queste cose non hanno prezzo. Dobbiamo tuttavia ripetere che le misure di riconversione saranno accompagnate dai necessari ammortizzatori perché il cambiamento non sarà fatto con un subitaneo big bang, ma sarà diluito nel tempo affinché gli oneri siano il meno pesanti possibile.
È, però, mio desiderio che in materia di sviluppo sostenibile l'Unione Europea arrivi a primeggiare a livello mondiale, sia percorrendo nuove strade nel campo della ricerca tecnologica e scientifica, sia fungendo da esempio per tutti. Per questo dobbiamo cominciare col mettere ordine in casa nostra».


23 agosto 2001.
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LINEA RECTA BREVISSIMA. "L'esplorazione più difficile". È più facile andare su Marte o sulla Luna che penetrare nel proprio io (Carl Gustav Jung). "L'uomo superiore e l'uomo volgare". L'uomo superiore vive in pace con tutti, ma non agisce come tutti. L'uomo volgare agisce come tutti e non va d'accordo con nessuno (Hugo von Hofmannsthal in «Il libro degli amici»). "Parola di Tito Livio". Non sappiamo sopportare né i nostri vizi né i loro rimedi (Dall'introduzione al suo «Ab urbe condita»).

SULLA LIBERTÀ DI DISCUSSIONE, LA LEZIONE DI J. S. MILL. Il secondo capitolo del capolavoro di John Stuart Mill, "Della libertà", tratta della libertà di pensiero e di discussione. Ci limitiamo a citare i passaggi essenziali, certi di far cosa gradita ai lettori, perché le considerazioni sviluppate dal più illustre pensatore inglese dell’Ottocento conservano pienamente la loro validità.
“Proibire di accogliere un’opinione perché la si reputa falsa equivale a impedire che venga discussa, affermando con certezza assoluta la presunzione d’infallibilità del proprio giudizio. Ogni uomo sa bene che è fallibile, ma pochi trovano necessario prendere le precauzioni contro la propria fallibilità; pochi ammettono che la questione di cui si discute, e sulla quale sono convinti di aver ragione, possa essere stata male impostata. La libertà illimitata di contraddire e disapprovare è, appunto, la condizione senza cui non potremmo mai stabilire un’opinione vera. Un essere umano non ha altro mezzo per assicurarsi razionalmente di essere dalla parte del vero.
La fonte di tutto quanto vi è di rispettabile nell’uomo, sia come essere intellettuale che come essere morale, è la capacità di correggersi. L’uomo può rettificare i suoi errori per mezzo dell’esperienza e della discussione. Non della sola esperienza: occorre infatti anche la discussione per mostrare come l’esperienza debba essere interpretata.
Gli uomini il cui giudizio ispira fiducia sono quelli che prestarono attenzione ad ogni critica mossa sulle loro opinioni e sulla loro condotta: si abituarono così ad ascoltare pazientemente tutto quello che poteva dirsi contro di loro e a trarne profitto da quanto vi era di giusto. L’abitudine costante di correggere e di completare le nostre opinioni ponendole a confronto con quelle degli altri, lungi dal generare dubbi e incertezze, è il solo fondamento stabile di una ragionevole fiducia”.

IL PESSIMISMO DI JADER JAOCOBELLI SU L’OSCURITÀ E LA RETICENZA DEI POLITI¬CI ITALIANI. È indubbio che i nostri politici abbiano una buona dose di oscurità: hanno l’oscurità del tempo, quella che può essere oggi rimproverata un po’ a tutti, e un supplemento di oscurità specifica.
Concorre a questa loro particolare oscurità la situazione politica del nostro paese, la crisi delle ideologie ottocentesche a cui, sia pure formalmente, continuano a richiamarsi, il fatto che in Italia nessuno possa governare da solo e perfino fare l’opposizione da solo, essendo inevitabile allearsi, costi quel che costi, anche con forze non omogenee. Inoltre tutti i partiti sono oggi interclassisti tanto da imporre loro qualche volta la quadratura del cerchio.
Questi fatti concorrono tutti a rendere fatalmente oscuro e spesso ambiguo il loro linguaggio. Ma c’è di più. Alla televisione tutti questi mali si accentuano perché dal video non ci si rivolge soltanto ai propri aderenti o simpatizzanti, come in un comizio, ma a tutto l’elettorato. Ed è evidente che, se si vogliono ottenere consensi fuori della propria area, è necessario stemperare, sfumare le affermazioni, atteggiarsi a sostenitori di quelle convinzioni che si credono più largamente diffuse.
Con il risultato che la gente dice che sono tutti uguali, tutti furbi, tutti ingannevoli (Per la radio e la televisione, in AA. VV., "Il linguaggio della divulgazione", Selezione dal Reader’s Digest, Milano1982).


30 agosto 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Il buon critico". Buon critico è colui che narra le avventure della sua anima in mezzo ai capolavori (Anatole France). Il critico deve descrivere non prescrivere (Eugène Jonesco). "Paradosso cristiano". Il cristianesimo è stato predicato da ignoranti e creduto da uomini dotti, e in questo non somiglia a niente di conosciuto (Joseph de Maistre in «Considerazioni sulla Francia»).
"Non sembra, ma è così". L'attività del cretino è molto più nociva dell'ozio dell'intelligente (Mino Maccari). "Solo allora è bello". Il debito è bello quand'è pagato (Aleksandr Puskin). "La memoria dei creditori". I creditori hanno miglior memoria dei debitori (Benjamin Franklin).
"Quando la verità si corrompe". La verità si corrompe quando si dimentica il processo concreto da cui nasce (Nicolàs Gòmez Dàvila, 1913 - 1994, scrittore e pensatore colombiano di formazione europea. Nel 2001 è apparsa in italiano presso l'Adelphi la prima silloge delle sue annotazioni intitolata «In margine a un testo implicito»). "Il successo non è indice di valore". Il volume di applausi non misura il valore di un'idea (ibid.). "Allora sì che il sentimento è autentico". L'autenticità di un sentimento dipende dalla chiarezza dell'idea (ibid.). "Il contrassegno della bestia". Rifiutarsi di stupirsi è il contrassegno della stupidità (ibid.).

IN QUEL RAPPORTO SI MANIFESTA L’UOMO. L’essenza di ogni forma di linguaggio sta nel modo di rapportarsi al silenzio. Il silenzio e la parola si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare allo stesso modo che il silenzio autentico è possibile solamente a chi sa che cosa dire. Il silenzio non significa qualcosa di meramente negativo, che debba rimanere inespresso, ma esige un comportamento attivo, un fervore di vita interiore, un’intensa commozione in virtù della quale un uomo diviene padrone di se stesso e si apre a ciò che lo supera. Solo da questa serenità meditante proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende significativa.
Il silenzio, inoltre, è l’unica via per la quale si coglie e si rivela lo sguardo interiore. Solo in tale maniera si può sperimentare la potenza di significato della parola e la parola trae tutta la sua energia. Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diventa clausura e incomunicabilità. Il silenzio e la parola formano, dunque, un tutto. In quel tutto sta il cuore di una persona, il suo valore.

ESISTONO ANCHE GIORNALISTI ONESTI E PERBENE, MA... Scrive Giampaolo Pansa nel suo libro "Carte false", edito da Rizzoli nel 1986: “Non tutti i giornalisti italiani mentono. Ma una parte di noi, in epoche diverse, ha sempre mentito. Abbiamo mentito per conto del padrone del giornale, soprattutto quando l’interesse numero uno del padrone non era quello di vendere notizie. Abbiamo mentito per riguardo al potere politico dominante. Abbiamo mentito per favorire l’opposizione. Abbiamo mentito quando ce lo chiedeva qualche club così poco presentabile da esser segreto, come accadde con la Loggia P2. Abbiamo mentito per favorire o contrastare la politica e la magistratura. Abbiamo mentito per tornaconto personale. Abbiamo mentito anche per quelle che ci apparivano nobili ragioni, ragioni alte e forti, ossia per spinta ideologica, per scelta di campo e talvolta, onore al merito, abbiamo avuto il coraggio di testimoniare l’errore. Con un po’ di ritardo, ma, vivaddio!, con sincerità”.
Dunque esistono anche giornalisti onesti e perbene e non c’è ragione per dubitarne, tanto più che alcuni di essi hanno pagato con la vita la loro onestà e il loro coraggio. Ma c’è una domanda che qui non possiamo eludere: è ben vero che esistono giornalisti che mentono per le ragioni più diverse, ma i giornalisti onesti e perbene sono forse infallibili? Basta la loro buona fede per preservarli dall’errore? La storia del giornalismo non testimonia forse l’esistenza di “errori onesti”?

SUL CAMBIAMENTO. "Accettare, cambiare, saper distinguere". O Dio, dacci la serenità per accettare quello che non si può cambiare, il coraggio di cambiare quello che va cambiato, e la saggezza per distinguere l'uno dall'altro (Reinhold Niebuhr).
"La saggezza di Trilussa". «Ognuno crede a le raggioni sue» disse er Camaleonte, «come fai? / Io cambio sempre e tu non cambi mai». / «Credo che se sbajamo tutt'e due (Dalla poesia "Er carattere").


6 settembre 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Le lacrime". Le lacrime sono le parole del silenzio (Jean-Loup, «L’eloquenza delle lacrime», Edizioni Medusa 2001). "Allora Mozart scoppiò in pianto". Durante la direzione di una ripresa del suo «Requiem», al “Lacrimosa dies illa” Mozart scoppiò in pianto e non poté continuare (Levi Appulo).
"L’eterna astuzia dei furfanti e dei camaleonti". Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi (Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne «Il gattopardo»). "Cane e padrone". Mostrami il tuo cane e ti dirò chi sei (Riccardo Bacchelli in «Giorno per giorno dal 1922 al 1966»). "Se il calvo è uomo di spirito..." Quel che il Tempo lesina agli uomini in fatto di capelli, glielo risarcisce in fatto di spirito (Shakespeare, «La commedia degli errori», Atto II, Scena II).

FAR RITROVARE ALL'UOMO LA DIMENSIONE INTERIORE. La cultura in cui noi crediamo non può essere che di autentica ispirazione umanistica, capace cioè di far ritrovare a noi stessi e agli altri, sempre di nuovo contro ogni forma di dispersione e di imbonimento pubblicitario, la via dell’interiorità e della responsabilità. Una cultura è umanizzante se non si lascia rinchiudere in un sapere tecnico-settoriale, se rimane sempre aperta alla ricerca del significato.
In un’epoca come la nostra - in cui tutto ci spinge alla omologazione e alla passività, l’industria culturale tende a spegnere l’iniziativa e la dignità dei singoli, e la resa all’onnipresente potere mediatico sembra inevitabile - bisogna ridare voce alle micro-azioni, ai rapporti personalizzati, alla testimonianza vissuta, così come avvenne per le due più grandi rivoluzioni che l’umanità abbia conosciuto: quella di cui Socrate fu i mzqtfpxy. nep Longines horlogel primo grande iniziatore e l’altra che ebbe la sua fonte ispiratrice nel Cristo dei Vangeli.
Fare cultura nel nostro tempo significa costruire un nido di resistenza alla menzogna, alla sopraffazione, alla violenza psicologica, alla viltà e alla stupidità. È un compito a cui si può essere fedeli nella misura in cui si rimane liberi di fronte al danaro, al successo, alla volontà di dominio. Il lavoro normale nel campo dello spirito, il solo che meriti di lasciare un segno, è quello della paziente attesa, del risveglio delle coscienze, dell’ascolto attento delle esigenze di autenticità, di franchezza, di dedizione a un compito comune. Esigenze, queste, che onorano l’umanità e che il cristiano può ben leggere come presentimento e nostalgia dell’Assoluto.

LA FALLIBILITÀ DEL GIORNALISTA. Non esistono fonti privilegiate di verità e, dunque, nes-sun giornale può pretendere o può esser letto come una fonte privilegiata di verità. E non esistono giornalisti probi, colti ed intelligenti che siano immuni da errori. Per questo "non dovrebbe esistere un giornalismo fiduciario; dovrebbe piuttosto esistere un giornalismo responsabile e controllabile": che sia cioè disposto a correggere gli errori diffusi, e talvolta anche difesi, e ad accogliere interpretazioni contrapposte. Questo anche in considerazione del fatto che un lettore è, in genere, lettore di un solo giornale.
La libertà di stampa è garantita: questa libertà è libertà per la verità, ma permette la menzogna. Chi difende il diritto del cittadino ad essere informato in maniera veritiera?
Io non vedo altra soluzione che quella adottata dagli stessi scienziati: la discussione tra giornalisti, certo, ma anche - e soprattutto - tra il giornalista che espone la sua descrizione e spiegazione dei fatti e quelli che la leggono. Le lettere di smentita, pertanto, dovrebbero diventare una pagina importantissima del giornale. Si tratta, insomma, d’introdurre e favorire un costume in grado di trasformare il giornale da strumento di consenso in organo di costruzione di interpretazioni via via più adeguate dei problemi discussi (Dario Antiseri, "L’oggettività dell’informazione", in “Nuova Secondaria”, La Scuola, Brescia, 15 maggio 2000).

L'ANGOLO DELLA PREGHIERA. "Aprimi tu il sentiero della vita". Aprimi tu, Signore mio Dio, il sentiero della vita e fa’ che io sappia quello che vuoi da me. Dammi fortezza nelle prospere cose e nelle avverse, sì che io in quelle non presuma né in queste mi abbatta e di niente io goda o mi dolga, se non di ciò che a te mi avvicina o da te mi allontana.
Rendimi obbediente senza ripugnanza, povero senza rammarico, casto senza presunzione, paziente senza mormorazione, umile senza finzione, giocondo senza dissipazione, austero senza tristezza, benefico senza arroganza (San Tommaso d’Aquino, 1225-1274).


13 settembre 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Il lato debole". Signori, si cade sempre dalla parte da cui si pende (François Guizot nel discorso pronunciato il 5 maggio 1837 alla Camera dei Deputati francesi). "Cadere in piedi". Cader co’ buoni è pur di lode degno (Dante nella canzone «Tre donne intorno al cor mi son venute»).
"Ciò che più importa". L’importante è che la morte ci colga vivi (Marcello Marchesi). "La gioia e il dono". La gioia non può essere separata dal dono. In Dio tutto è gioia perché tutto è dono (Paolo VI).

PER ACCRESCERE L'OGGETTIVITÀ DELL'INFORMAZIONE. Qualche considerazione epistemologica. 1. In primo luogo è più che opportuno distinguere tra l’obiettività di una persona e l’oggettività di un’informazione o proposizione. La prima è un predicato delle persone oneste e in buona fede; la seconda è un predicato di proposizioni, modi di argomentare, teorie. L’obiettività è una virtù personale; l’oggettività si ha quando l’informazione o l’argomentazione che presume di descrivere e spiegare un fatto è pubblicamente controllabile e, quindi, falsificabile.
2. Una descrizione di qualche fatto o evento, o una spiegazione di esso, è sempre parziale, prospettica, operata da un certo punto di vista. Un’informazione, quindi, è sempre parziale. "Al pari della smentibilità, la parzialità è il requisito di un’informazione". La parzialità non è affatto da confondersi con la faziosità.
3. Non regge la difesa di chi dice “ogni giornalista propone la propria verità”. Qualsiasi giornalista può e deve proporre la propria ipotesi. Ma, nel confronto con le altre idee e con i fatti, deve essere altrettanto pronto ad abbandonare la “propria” verità se questa si rivela falsa, e a far propria la verità di “un altro”. La verità non sopporta padroni.
4. Due informazioni differenti su aspetti diversi di qualche fatto o evento sono compatibili, necessarie per sapere di più. Al contrario, due informazioni differenti sul medesimo aspetto di qualche realtà non possono convivere: possono essere anche entrambe false, ma non possono essere entrambe vere.
5. Si impara dagli errori individuati e corretti. Il comportamento più tipicamente umano è esattamente quello di apprendere dai nostri errori. Sbagliano gli scienziati, sbagliano i giornalisti. Niente di strano. E va aggiunto che "l’errore giornalistico è tante volte più facile di quello dello scienziato, perché quasi sempre il giornalista ha poco tempo per scrivere l’articolo e non può vagliare con tutta la cautela necessaria le notizie. Tutto questo torna a scusante per il giornalista. Ma il giornale ha canali preziosi per correggere i propri errori. Uno di questi canali è costituito dalle "opinioni degli altri giornali". Un altro canale sono le "lettere di smentita", le quali non sono di per sé informazioni dotate di verità certa, ma possono rappresentare utili strumenti per l’avvio di una discussione tesa alla scoperta degli errori e al conseguimento d’informazioni più solide.
6. Il grande clinico bolognese Augusto Murri osservava che fra i trattati che si studiano nella Facoltà di medicina mancava (e manca tuttora) quello forse più importante: "il manuale degli errori". La stessa cosa potrebbe utilmente valere anche per il giornalismo (Dario Antiseri in “Nuova Secondaria”, del 15 maggio 2000, pp. 37-38).

L'ANGOLO DELLA PREGHIERA. "O sole di salvezza. Inno mattutino". O Gesù, sole di salvezza, rifulgi nell’intimo dei cuori ora che, passata la notte, più gradito rinasce il giorno nel mondo (O sol salutis, intimis, / Jesu, refulge mentibus / dum, nocte pulsa, gratior / orbi dies renascitur).
Dandoci un tempo di misericordia, concedi a noi di lavare il nostro cuore per offrirtelo, purificato dal pianto, affinché l’amore, lieto, lo infiammi (Dans tempus acceptabile, / da lacrimarum rivulis / lavare cordis victimam, / quam laeta adurat caritas).
Viene il giorno, il tuo giorno, nel quale tutte le cose rifioriscono: anche noi ci rallegriamo perché ricondotti sulla tua via dalla tua mano (Dies venit, dies tua, / in qua reflorent omnia: / laetemur et nos, in viam / tua reducti dextera).
Ti adori prostrato, clemente Trinità, la macchina del mondo, e noi, fatti nuovi mediante la grazia, conteremo un cantico nuovo. (Te prona mundi machina, / clemens, adoret, Trinitas / et nos novi per gratiam / novum canamus canticum).
Quest’inno fu composto da Gregorio Magno, che visse tra il 540 e il 604 e fu papa dal 590 sino alla morte.


20 settembre 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Se questo è discolparsi…" L’uomo preferisce discolparsi con la colpa altrui piuttosto che con la propria innocenza (Nicolas Gòmez Dàvila, «In margine a un testo implicito», Adelphi, 2001). "Capita molto spesso". Aver ragione è una ragione in più per non aver successo (ibid.). "Quando la società è afrodisiaca e consumistica". La volgarità dell’anima e del corpo è il castigo che l’ascetismo impone alla società che lo rifiuta (ibid.). "La smania di arricchire". Chi ha fretta di arricchire non si conserverà innocente («Libro dei Proverbi» 28,20). "L’incredibile assurda follia". I ricchi di tutti i paesi sono stati sempre più disposti a spendere per le armi che per il benessere. Sono meno riluttanti a pagar le tasse per motivi bellici che per motivi sociali… Quest’aspetto della psicologia umana io non riesco proprio a spiegarlo (Arnold J. Toynbee).

DANTE, LA COSCIENZA DEL PROPRIO VALORE: IL SUO «SDEGNO» E LA SUA «UMILTÀ». Nella "Divina Commedia" è contenuta la presa di posizione di Dante nei confronti dell’esistenza, la sua critica alla vita del tempo, gli ideali per i quali combattere. Il contenuto della sua opera si manifesta sempre come concretamente vissuto; la materia si dispiega nel corso di un viaggio, ma il viaggiatore è il poeta stesso. Parlando di uomini e di eventi, egli disegna il quadro della propria umanità. Di solito questo avviene senza un intendimento particolare, come riflesso immediato dell’esperienza diretta; a volte consapevolmente, contro il disconoscimento e contro un destino ostile; a volte ancora, il poeta tradisce se stesso senza saperlo.
I valori determinanti per Dante erano straordinari. Egli era una coscienza permeata di un inflessibile senso dell’onore e di natura così vigorosa da edificare la sua opera gigantesca nella sventura, in quella forma di esistenza che gli fu imposta, l’esilio.
La "Commedia" non è un "epos" né una poesia lirica, ma il canto di un’alta e retta esistenza, che la ragione e la fede esigono; il poema dantesco, in tutta la sua bellezza poetica, ha pertanto il carattere di un giudizio a cui il poeta attribuisce un significato universale, d’importanza decisiva.
Dante era sorretto da una fortissima coscienza del proprio valore, al punto da affiancare se stesso insieme ai più grandi poeti dell’antichità e specificatamente a Virgilio. Quando Dante compose il IV canto dell’«Inferno», in cui si descrive l’incontro dei poeti antichi con Virgilio e il suo protetto, egli era ben lungi dal rappresentare, per la coscienza del suo tempo, quello che divenne in seguito. Annoverandosi tra i sommi poeti, agiva nello stesso modo di un giovane poeta del nostro tempo che si dichiarasse pari a un Goethe o a un Shakespeare. In lui, però, non vi è "hybris", non vi è tracotanza, ma imperturbabile distinzione di sé nei confronti di tutto ciò che è indegno. Tale atteggiamento viene caratterizzato principalmente da una parola: la parola «sdegno». Essa esprime anzitutto il disprezzo dell’uomo d’alto sentire per la bassezza in cui egli s’imbatte, ma anche il rifiuto insofferente della volgarità insita nel mondo e il dispetto di dover esistere in esso.
Ma ciò che più sorprende in Dante è che la possente consapevolezza che egli ha della propria importanza è sempre unita all’«umiltà». L’umiltà del sommo poeta non è, sotto nessun riguardo, debolezza, ma piuttosto un inchinarsi della forza, della nobiltà della persona e della sua opera, non appena esse siano giunte al cospetto di ciò che è veramente alto. Vi è, dunque, una connessione tra grandezza, grazia e umiltà. L’umiltà è riconoscimento grato e accoglienza di ciò che ci è donato e che ci supera da ogni lato (Romano Guardini, "Linguaggio-Poesia-Interpretazione", Morcelliana, Brescia 2000, pp. 115-139 passim).

L'ANGOLO DELLA PREGHIERA. "A Maria, madre di Dio". Santa Maria, madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, terso e puro come una sorgente. Ottienimi un cuore semplice, che non gusti le tristezze, un cuore ardente nel donarsi e tenero alla compassione. Un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene né serbi rancore di alcun male.
Fammi un cuore dolce e umile, che ami senza domandare di esser riamato, contento di scomparire in altri cuori davanti al tuo Figlio divino. Dammi un cuore indomabile e grande, che nessuna ingratitudine chiuda e nessuna indifferenza prostri; un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo e ferito dal suo amore (P. Leonzio de Grandmaison, 1868-1927).


27 settembre 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Il coraggio di vivere". L’arte del vivere somiglia più alla lotta che alla danza (Marc’Aurelio nei «Colloqui con se stesso»). Chi non stima la vita, non la merita (Leonardo). Spesso è da forte / più che il morire, il vivere (Vittorio Alfieri, «Oreste», Atto IV, Scena II).
"Se la si conosce nei particolari..." Una vittoria, descritta nei particolari, non si sa più che cosa la distingua da una sconfitta (Jean-Paul Sartre in «Il diavolo e il buon Dio»).
"L’ortodossia". L’ortodossia è la tensione fra due eresie (N. G. Dàvila, In margine a un testo implicito, Adelphi 2001). La verità. La verità è la gioia dell’intelligenza (ibid.).

PERCHÈ CI VUOLE ANCHE UNA «ALFABETIZZAZIONE MUSICALE». Io non credo affatto che quando si studia musica ci si debba aspettare qualcosa di straordinario. Essa è un elemento assai importante dell’educazione e dell’istruzione, che offrirà a te e a altri molti momenti luminosi, ma solo se non ti poni l’obiettivo orgoglioso di diventare musicista e di suonare perfettamente. Quando s’impara a leggere e scrivere, non ci si preoccupa del fatto che un alunno diventi o no scrittore: no, obbligatoria è l’alfabetizzazione, cioè l’esser in grado di leggere libri e di esporre i propri pensieri; se poi, oltre a questo, si manifesta un talento letterario, questo sarà un’aggiunta gratuita, un dono del destino. Così, anche nella musica è necessario l’alfabetismo, la capacità di cogliere e usare le ricchezze della cultura musicale. Se acquisterai tale capacità in seguito agli studi, credo che l’obiettivo sia conseguito. Qualora poi, al di là dello scopo che si vuol conseguire, si evidenzi anche il talento, ciò sarà un regalo improvviso; ma esigerlo per sé o da sé non è una cosa giusta. Cresci, studia, evolviti, impara a partecipare a quanto di meglio ha l’umanità: ecco il tuo obiettivo.
In questo brano un padre cerca di far comprendere alla figlia con quale animo bisogna studiare musica. Quel padre è Pavel Florenskij, che scrive alla figlia Olecka l’8 aprile 1934 dal lager staliniano di Skovorodino. La lettera è inclusa nel volume Non dimenticatemi, Mondadori 2000. È interessante notare che Florenskij torna sull’argomento anche in due lettere, questa volta scritte dall’inferno delle Solovki, in data 7 novembre e 7 dicembre dello stesso 1934. Nella prima lettera confida alla figlia la commozione provata nell’ascoltare, per caso, da un altoparlante, benché la trasmissione venisse di tanto in tanto interrotta, un concerto di Mozart e l’"Appassionata" di Beethoven, “una musica di una bellezza estrema, oltre la quale non si può andare”. Quanto mai puntuale è anche l'annotazione che si legge nella seconda lettera:“Bisognerebbe dare ai bambini che studiano musica più impressioni musicali. Solo allora la musica diventerà per loro più interessante e avranno voglia di lavorarci sopra”.

SE IL LINGUAGGIO È GENERICO E VACUO... Può accadere di trovare un giornale che, riportando due discorsi parlamentari, si esprime in questo modo: “Il ministro Tale afferma: alle regioni daremo strumenti concreti. L’onorevole Talaltro ribadisce: bisogna opporsi a chi spinge il paese in direzioni sbagliate”. Non faremo agli oratori il torto di pensare che abbiano solo detto cose così generiche, ma è certo che il giornale le ha immediatamente selezionate come le più significative.
In realtà non c’è nulla di più astratto dell’espressione “strumenti concreti”, e dire che “bisogna opporsi a chi spinge il paese in direzioni sbagliate” non dice nulla se non si passa all’analisi delle direzioni e dell’errore in questione (Umberto Eco, "Il linguaggio politico", in AA. VV., "I linguaggi settoriali in Italia", a cura di Gian Luigi Beccaria, Bompiani, Milano 1973).

POESIA DEL NOSTRO TEMPO. "Prometeo 2000". Sitibondo / d’acqua e di cielo, è solo al mondo: / creatura di pena più alto della catena.
Finalmente libero / già rivorrebbe il carcere, / la rupe…
Senza l’ossigeno della parola / Fede, tutto non è che zero; / nulla, men che meno il pensiero / che su Marte c’è acqua, lo consola (Pier Luigi Piotti, "Nel labirinto", Grafo Edizioni, Brescia 2001).
"Il bugiardo". Dall’alto della sua consolidata / fama, oculatamente amministrata, / ormai poteva consentirsi / di dir la verità senza smentirsi (ibid.).
"Rischiamo le nostre chances". Non siam privi di chances; / rischiamole al tappeto verde dei sogni: / un gioco a perdere, ma un buon sistema / per morire vivi (ibid.).


4 ottobre 2001.

LINEA RECTA BREVISSIMA. "Segno di superiorità". La generosità è sempre segno di superiorità (Baltasar Graciàn). "Il problema come cibo..." Il filosofo vive di problemi come l’uomo di cibi. Un problema insolubile è un cibo indigesto (Novalis). "Saper accogliere una confidenza". Confidarsi è natura, accogliere le confidenze così come vengono fatte è cultura (Goethe). "Il vero dinamismo". Il vero dinamismo consiste nell’agire sempre con calma e senza arrivare mai in ritardo (Goethe).

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Per il sempre più nutrito pubblico delle serie tv l'imperdibile “ DIZIONARIO DEI TELEFILM ” (Garzanti) è un must assoluto. Con la Prefazione di Aldo Grasso, l'opera curata da Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria - unica e apripista nel suo genere - è già arrivata alla terza edizione con oltre 75.000 copie vendute (una sorta di caso editoriale per un dizionario!), per un totale di circa 2000 titoli recensiti dal 1954 – l’anno della nascita della televisione italiana - ad oggi. Un viaggio nel tempo a cavallo dei ricordi e delle novità: da “Peyton Place” a “ Desperate Housewives ”, da “ L’Isola di Gilligan ” a “ Lost ”, da “ Beverly Hills ” a “ The O.C. ”, dal “ Dottor Kildare ” a “ Dr. House ”, da “ Buffy ” a “ Angel ” e “ Tru Calling ”, dai vari “ CSI ” a “ RIS ”, da “ Sex and the City ” a “ Coupling ”, da “ Colombo ” a “ Detective Monk ”, da “ Un medico tra gli orsi ” a “ Everwood ”, da “ Saranno famosi ” a “Grandi domani” e “ Paso adelante ”, da “ Perry Mason ” a “ The Guardian ”, da “ Dragnet ” a “ The Shield ”… Oltre ai nuovi telefilm trasmessi, il nuovo “ Dizionario dei Telefilm ” va ad integrare ulteriormente le schede delle serie tv del passato, fino ad arrivare – spiegano gli Autori – “al limite del feticismo”. Il modello della macchina di Colombo e i cambi di moto di Fonzie, la marca delle sneakers di Starsky e Hutch, l’elenco delle 17 ferite che si è procurato Ron Ely sul set di “Tarzan” (l’attore rifiutava masochisticamente la controfigura), il numero dei parrucchini usati da Horst Tappert in “Derrick”, il numero di telefono dell’”A-Team”, il bar di “Cin Cin” nato sulle ceneri di un bordello (con il relativo indirizzo) e il locale al quale si è ispirato il “Central Perk” di “Friends” (con il relativo indirizzo); i numerosi gadget nati dal successo de “La pattuglia della strada” (1955), il primo serial che ha schiacciato l’occhio al marketing; le critiche e i commenti postumi di serie appena concluse come “Friends” e “Sex and the City”, i dietro le quinte inediti della nascita di un supercult come “Ai confini della realtà”, il numero del distintivo del protagonista di “The Shield” (che è lo stesso del tenente Joe Friday di “Dragnet”, la serie del 1952 che ha fatto da apri-pista al genere reality nei polizieschi a puntate), la rivelazione che la “mano” de “La Famiglia Addams” è sinistra, quella sorta di PC wi-fi ante-litteram al centro di “Buck Rogers” (datato 1979), il quoziente d’intelligenza dei due fratelli protagonisti di “Frasier”, tutti e 9 i titoli italiani con il quale “Get Smart” è stato trasmesso sul piccolo schermo nazionale, gli attori che erano stati contattati originariamente per interpretare “Happy Days”, “La Famiglia Bradford” o “Sanford and Son”, dove sono collocate tutte le lavanderie de “I Jefferson”, il clone russo de “Il Commisario Rex” nonché tutti i nomi reali degli animali del piccolo schermo (da “Furia” a “Rin Tin Tin”, fino al pappagallo bianco di Baretta detto “Aquila”) e i relativi addestratori… Le censure mai rivelate di serie come “Agente speciale” e “UFO” (per alcune scene troppo osè) o “Attenti a quei due” (in Italia è stata eliminata la sequenza in cui si architetta un golpe per il rovesciamento del governo inglese). Scoprire cosa c’entri Franz Kafka con due telefilm come “Le avventure di Superman” del 1952 e “Il Prigioniero” del 1967, o come Andy Warhol abbia accettato di partecipare ad una puntata di “Love Boat” in nome della Pop-Art che il serial rappresentava. L’inspiegabile analogia dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York con la trama di un episodio del serial “Più forte ragazzi”, trasmesso in America nel 2000. Oltre naturalmente agli aggiornamenti di cast e trame di telefilm ancora in corso (la scheda di “E.R. – Medici in prima linea”, da sola, conta più di 200 aggiunte!), così come l’ampliamento delle guest-stars che sfilano (alcuni volti noti di passaggio in serie del passato sono diventati celebri solo negli ultimi anni: tra quelle più presenzialiste, Teri Hatcher e Marcia Cross, future protagoniste di “Desperate Housewives”), della rassegna stampa, dei premi vinti, delle colonne sonore, degli spin-off (le serie nate dalle costole di altre), dei cross-over (quando alcuni personaggi di un telefilm fanno capolino in un altro), delle eventuali versioni a cartoni animati o radiofoniche e la cronaca aggiornata dei sempre più numerosi film tratti dai serial-cult (per citare gli ultimi, “Vita da strega” e “Hazzard”). E poi sempre maggiori link tra i titoli, come quando si scopre che “Desperate Housewives” si rifà ad una serie del 1994 firmata dallo stesso ideatore Marc Cherry: ne “Le cinque signore Buchanan” una delle protagoniste si chiama addirittura Bree, alla stessa stregua di una delle “casalinghe disperate” più attuali e celebrate. O tutte le ipotesi su cosa si nasconda dietro l’isola misteriosa al centro di “Lost”, di cui si elencano anche le serie che in qualche modo hanno ispirato il telefilm-evento degli ultimi anni, da “L’isola di Gilligan” (1964) a “La Terra dei giganti” (1968). O che il nostro “Distretto di polizia” ha due “padrini” francesi non dichiarati: “Il Commissariato Saint Martin” (1997) e “Julie Lescaut” (1992)… Commentano i due autori, Damerini e Margaria, nell’Introduzione: “Ripensate a quelle corse a casa per scoprire in tempo “chi ha sparato a J.R.”, per sapere “chi ha ucciso Laura Palmer”, per assistere al bacio tra Mulder e Scully in X-Files, per applaudire il salto dei bidoni del motorizzato Fonzie in Happy Days, per dare l’addio a Derrick e al suo ferma-cravatta dopo tanti anni di onorata carriera…Quando immaginavate di girare il mondo senza valigie come Simon Templar (e invece eravate bloccati dall’ennesimo sciopero degli aerei), quando correvate con la fantasia sulla spericolata macchina al centro di Hazzard (e invece la batteria vi aveva lasciato a terra), quando vi siete immedesimate nelle vicende della sfortunata Ally McBeal o delle più spegiudicate protagoniste di Sex&the City (come loro siete sempre andate alla ricerca di un inesistente Principe Azzurro), quando vi siete accorti che la moda vintage prendeva spunto da Starsky&Hutch e dalle Charlie’s Angels (altro che genialate di stilisti a corto di idee!), quando desideravate inchiodare colui che vi ha tagliato la strada con la stessa fermezza di Kojak (solo perché avevate un lecca-lecca in bocca e iniziavate a soffrire di calvizie). Anche se lo specchio davanti al quale vi esercitavate non rifletteva la stessa immagine degli originali, avete sognato ad occhi aperti. Giorno dopo giorno, puntata dopo puntata”. Proseguono Damerini e Margaria, fondatori altresì dell’Accademia dei Telefilm – l’associazione che si promette di diffondere e difendere la cultura pop del genere seriale sul piccolo schermo – nonché ideatori del Telefilm Festival, la fortunata rassegna internazionale dedicata interamente alle serie tv che quest’anno celebrerà la quarta edizione: “Ultimamente poi i telefilm hanno raggiunto, se non superato, il cinema, diventando la settima arte bis. Hanno metabolizzato in tempi record tragedie come l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di N.Y. mettendo in piedi episodi ad hoc nel giro di poche settimane; hanno affrontato temi scomodi come la pedofilia all’interno della Chiesa americana, come neanche i telegiornali hanno osato; si sono “paracadutati” in Iraq prima dei kolossal da grande schermo. Ci hanno steso sul lettino della psicanalisi come tanti Tony Soprano: messi allo specchio, ponendoci in discussione e levandoci il classico happy end da sotto i piedi per crearcelo noi, il finale che vorremmo. In tal senso quasi “interattivi”. Sicuramente non più “scacciapensieri” come una volta, lasciandoci sul divano una o più riflessioni al termine della puntata. C’è qualche altro genere televisivo così presente sul piccolo schermo che concede questo privilegio? Sono sicuramente più realistici dei vari reality. Se nei celebrity-show sfilano personaggi noti in disarmo o comunque avvezzi al mondo dello spettacolo – e in cui il pubblico poco si identifica – nei serial attori dichiarati interpretano ruoli in cui il telespettatore si riconosce oggi più che mai, in quelle debolezze sempre maggiormente da anti-eroi. Complici Internet e la facilità di aggregarsi in un baleno, le barriere sono cadute: il pueblo unido dei telefilm si mobilita, è curioso, si ribella, fa tendenza. E’ più vivo che mai. Forti della convinzione che le serie tv, il più delle volte, non finiscano con l’ultimo episodio. Così come i loro personaggi, le loro situazioni, i loro tormentoni, le loro canzoncine, vivono nel nostro ricordo più di qualsiasi fiction. Addirittura, se ci permettete, più di qualsiasi genere televisivo. Sì, perché loro si basano sulla magnifica illusione che il domani sia un’altra puntata”. “Il nuovo Dizionario dei Telefilm , si può dire che in realtà sia un “altro” Dizionario: basti dire che rispetto alla precedente edizione conta oltre 100 nuove schede, più di 10.000 aggiunte, per un totale di circa 2000 titoli recensiti. E’ carico di quella passione crescente che abbiamo raccolto in questi anni, è ricco di novità e aggiornamenti, vanta un numero sempre maggiore di link tra i titoli, ma è anche frutto delle segnalazioni di chi è cresciuto assimilando certi aspetti al limite del...feticismo. Guai a dimenticare per esempio Abramo, il pesciolino che fungeva da confidente muto del piccolo Arnold. Nel suo acquario si è tuffata più di una generazione: solo a ripensarci, ci sembra di nuotare in un mare di ricordi. Questa terza edizione è dedicata soprattutto a loro: a tutti quelli nati sotto il segno di Abramo”.

I commenti sul "Dizionario dei Telefilm" tratti dalla stampa

Il telefilm, onesto travet del palinsesto, metodico, rituale, discreto, dopo anni di onorato lavoro si prende una rivincita sui generi considerati ‘maggiori’: una Garzantina tutta sua. […] Insomma, signori che amate i telefilm, il catalogo e’ questo”. (Sette – Corsera) “Un vuoto colmato. Per gli addetti ai lavori, i patiti del genere e i semplici curiosi”. (La Stampa) “L’opera di sistematizzazione di Damerini e Margaria e’ utile e preziosa. Per la prima volta in Italia arriva un apparato piu’ informativo che critico, e magari per questo ancor piu’ utile, su tutti i telefilm trasmessi”. (Il Messaggero) “Con pazienza certosina Damerini e Margaria sono riusciti, trasformandosi in topo di biblioteca e videoteca, in una missione impossibile: hanno messo ordine tra le centinaia di telefilm”. (Il Giorno/La Nazione/Il Resto del Carlino) “Un libro essenziale che facilita la visione e le offre maggior gusto: e che raduna, con uno sforzo che non e’ stato da poco, notizie e dati sino ad ora confusi e generici. […]. Pregio indubbio, che fa di un dizionario un libro simpatico e da consultare, sono i commenti, vere e proprie recensioni – si veda quella di E.R. – che elencano aspetti tecnici, il cast tanto necessario – perche’ i telefilm sono quasi sempre dei senza nome, e’ raro che siano noti gli attori, che subitoassumono, nella memoria, i nomi dei loro personaggi – e tutto quanto, di un telefilm, fa la storia e l’ossatura”. (Avvenire) “E’ un’opera preziosa nella quale fare riemergere ricordi sopiti dalla nostra labile memoria. Lo sfogli e le schede si trasformano in diapositive del passato, in volti di personaggi sfocati, in sigle canticchiate; una sorta di testamento televisivo da tramandare di generazione in generazione, fonte inesauribile di curiosita’, di approfondimenti, di aneddoti davvero gustosi”. (Il Giornale) “Un lavoro minuzioso. […] Le schede danno ogni tipo di informazione per raggiungere i fans piu’ scatenati e i cultori del genere, comunita’, sette che fondano siti internet e fanzine”. (Il Manifesto) “Nel ‘Dizionario dei telefilm’ ce n’e’ per tutte le stanze della memoria. […] Confessiamolo, naufragar ci e’ dolce in questo mare. Si starebbe a sfogliare il ‘Dizionario’ per ore, facendo scorrere i frammenti di un discorso catodico come un’allucinazione del miglior Blob”. (Il Mattino) “Un volume originale”. (Il Sole 24 ore) “Una vera miniera di informazioni che rendono giustizia a un genere spesso snobbato. […] Ogni scheda e’ compilata in modo accurato”. (Il Foglio) “In pratica, ogni pagina e’ una chicca”. (Il Gazzettino) “Un dolcissimo naufragio nella memoria. […] Avercene, libri così”. (Libero) “Non e’ solo un’opera preziosissima di consultazione, ma anche di piacevole lettura, grazie alle numerose curiosita’ che contiene e alla sua scrittura, sempre brillante, spesso ironica”. (Gazzetta del Sud) “Questo libro rivela oltre la competenza professionale, la minuziosa ricerca di due esploratori che hanno impiegato tre anni per portare alla luce un tesoro del passato. […] Il lettore e il telespettatore che si avvicinano al ‘Dizionario’ per la prima volta, vi scoprono anche un linguaggio vivace, una prosa ironica, un goliardico districarsi, senza mai perdere di vista il fine ultimo: una corretta documentazione ed una informazione critica. […] Una sorta di enciclopedia del telefilm, dunque, arricchito anche da quel sano gossip d’annata, che, trattato ironicamente, appassiona il lettore. […] Con una tecnica accattivante vicina alla narrazione, i due autori riescono a coniugare amarcord, divertimento e sogno”. (Il Tempo) “Colmata una lacuna nell’editoria”. (Il Piccolo) “Il telefilm chiede il permesso di soggiorno e sembra ottenerlo a pieni voti con il ‘Dizionario dei telefilm’, il primo del settore”. (Il Nuovo) “Il Damerini-Margaria promette di diventare per i fanatici del piccolo schermo quello che il Morandini e’ per il grande schermo”. (ApBiscom) “Una pubblicazione ‘golosa’ per tutti gli operatori del settore audiovisivo”. (.com) “Un’opera davvero completa, che non fatichera’ a trovare i suoi estimatori”. (Spettacolo.it) “Molto ben fatto e puntuale. […] Eccellente la prefazione di Aldo Grasso”. (L’Espresso) “Non solo per addetti ai lavori, ma anche per telespettatori appassionati, curiosi ed esigenti”. (Tv Sorrisi e Canzoni) “Che pacchia! Gli amanti di quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati televisivi e oggi, piu’ sobriamente, film per la tv, sono serviti. […] Un’opera unica nel suo genere”. (Oggi) “Un volume tutto da sfogliare. Tra divertimento e nostalgia”. (Gioia) “Curiosita’ o eventuali amnesie si possono colmare consultando il ‘Dizionario dei telefilm’. […] Curiosando tra le pagine del libro si scoprono vere e proprie ‘chicche’”. (Famiglia Cristiana) “Onore al merito a Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria che hanno pensato e scritto il primo ‘Dizionario dei telefilm’”. (Tv Sette-Corsera) “C’e’ da divertirsi a sfogliare il ‘Dizionario dei telefilm’, il primo del suo genere, che raccoglie tutte, ma proprio tutte (sono oltre 1500), le serie italiane e straniere nate per la tv”. (Musica-La Repubblica) “E’ il caso di dirlo: finalmente. […] Un’opera non piu’ procrastinabile, enciclopedica nella forma (tutti i telefilm e i serial in ordine alfabetico) ma a volte ‘critica’ nei contenuti, nel senso che non si limita alla catalogazione di nomi-trame-curiosita’ ma sa, quando e’ il caso, prendere posizioni precise e stimolanti. Altro pregio del libro e’ il prezzo: rispetto alla mole e al materiale offerto e’ perfino popolare”. (Film Tv) “Notizie precise per gli addetti ai lavori, curiosita’ per ogni tipo di fan”. (Onda Tv) “Una manna per i filmofili da piccolo schermo”. (Il Salvagente)

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"LA VITA E' UN TELEFILM" (GARZANTI)

L'Enciclopedia delle oltre 2000 frasi che hanno fatto la storia delle serie tv Oltre 2000 citazioni, tra frasi e battute, tratte da piccole e grandi serie tv di tutti i tempi. I pensieri, i motti, i tormentoni, le riflessioni, le massime e gli ipse dixit dei grandi protagonisti dei telefilm, sempre più specchio della società e di noi stessi. Ma anche le frasi dei personaggi secondari, se non addirittura solo di passaggio, perché se è vero che le serie tv sono sempre più simili alla realtà, allora anche le "comparse" a volte hanno la loro importanza. " LA VITA È UN TELEFILM ", edito da Garzanti, raccoglie le 2020 frasi che hanno fatto la storia delle serie tv dalle origini ad oggi nella più completa enciclopedia tematica del genere seriale. L'opera è scritta a quattro mani da Leopoldo Damerini, già co-autore del popolare " Dizionario dei Telefilm " (Garzanti) - vera a e propria Bibbia delle serie tv definito da Aldo Grasso, sul "Corriere della Sera", "il Guru dei telefilm", nonchè fondatore dell' Accademia dei Telefilm e Direttore Artistico del Telefilm Festival e da Chiara Poli, tra le più apprezzate e competenti analiste del genere seriale, nonché autrice di " Ammazzavampiri – La prima guida italiana al serial TV Buffy " (Edizioni ETS – Edizioni di Cineforum). Il volume, suddiviso in 300 categorie di facile consultazione dalla “A” di Amore alla “V” di Vita, non è una semplice enciclopedia. Come spiegano Damerini e Poli nell'Introduzione de " LA VITA È UN TELEFILM ": «Il libro nasce con l'intento di raccontare come siano cambiati i telefilm e noi con loro, quanto ci abbiano appassionati, cresciuti, entusiasmati. Quanto abbiano colto nel segno, anticipato i tempi, specchiato la società, creato modelli e stili di vita. E come talvolta ci abbiano addirittura influenzati». Frasi di culto e straculto, esistenziali, divertenti o profonde, provocatorie o assurde, ciniche o romantiche, da scrivere sul diario o sullo screensaver, da stampare sulle magliette, da inviare via sms, da usare come ispirazione per una dedica... Da quelle del Dr.House, che per sua stessa ammissione è un fan sfegatato delle serie tv («Guardo un mucchio di telefilm»), a un Fonzie inaspettatamente filosofo in Happy Days («Nella vita devi fare quello che ti piace, non quello che la gente pensa che dovresti fare»); dalle riflessioni femminili delle protagoniste di " Sex and the City " e " Ally McBeal " a quelle "ai confini della realtà" di " X-Files ", " Star Trek ", " Lost ", " Battlestar Galactica "; dalle dichiarazioni d’amore (" Buffy ", " O.C .", " Dawson's Creek "…), a quelle in punto di morte all'ospedale (" E.R. ", " Scrubs ", " Grey's Anatomy "...); dalle teorie sulle relazioni (" Will & Grace ", " The L Word ", " Queer As Fo lk ") a quelle sulla famiglia e l’amicizia (" Una mamma per amica ", " Friends ", " Desperate Housewives "); dal mobbing (" The Office ") all’indulto (" Oz ", " Prison Break ") fino… sottoterra (" Six Feet Under "). Non mancano gli incipit più memorabili (i lanci con voce fuori campo che aprono le puntate delle serie tv), così come le gustose citazioni e i rimandi tra telefilm diversi, le metafore, le cosiddette "Perle di saggezza", le citazioni di persone famose, le leggende e i luoghi comuni. I grandi temi della vita come l'Amore, l'Amicizia, Dio, la Fede, la Famiglia, il Matrimonio, il Destino, la Felicità, il Sesso, la Morte, la Guerra, la Pace, la Verità; i temi sociali come la Pena di Morte, il Razzismo, l'Alcolismo, le Dipendenze, il Bullismo, la Mafia, ma anche temi più leggeri come lo Shopping, lo Sport, il Principe Azzurro, Babbo Natale, San Valentino, le Rughe, il Gossip, i Segreti, Internet, il Vintage, i Grandi Interrogativi, gli Ex...: lungo un viaggio suddiviso in oltre 300 Categorie e quasi altrettanti titoli di serie tv prese in esame, il lettore scopre che davvero, come recita il titolo del volume, " LA VITA È UN TELEFILM ". «In un processo di transfert degno di Freud - spiegano Damerini e Poli - ci identifichiamo in personaggi apparentemente surreali come Tony Soprano, i due chirurghi di Nip/Tuck, i becchini di Six Feet Under, il giovin Clark Kent di Smallville, Jack “nervi d’acciaio” Bauer, gli ammazzamostri come Buffy ed Angel o quel cinicone del Dr.House. O, addirittura, con il Presidente degli Stati Uniti di The West Wing e il suo alter ego femminile in Commander in Chief – Una donna alla Casa Bianca. Il motivo di questa sorta di immedesimazione è semplice: a modo loro, sono tutte persone comuni, che di punto in bianco possono diventare eroi. Anzi, Heroes». «Anche se lo specchio davanti al quale vi esercitavate non rifletteva la stessa immagine degli originali» - chiosano gli autori de 'LA VITA E' UN TELEFILM' - «avete sognato ad occhi aperti. Giorno dopo giorno, puntata dopo puntata. Siete arrivati là, dove nessun telespettatore è mai giunto prima. Poi l'America si è risvegliata sotto le ceneri dell'11 settembre e gli Happy Days sono finiti. Una ventata di stringente realismo ha invaso le strade dei telefilm, gli incroci, gli uffici, le case. E i nostri salotti. Le nostre tv. È cambiato il linguaggio. Siamo cambiati noi. E con noi sono cambiati i personaggi da amare. Se un tempo avevamo adottato Arnold, di recente abbiamo cominciato a seguire i pompieri di Squadra Emergenza sotto le Torri Gemelle, le minacce del terrorismo di Sleeper Cell, le trincee in Iraq di Over There. Se un tempo bastava uno schioccar di dita di Fonzie per conquistare le ragazze in un drive-in, simbolo del divertimento, oggi ci si immedesima nei travagli d'amore dei dottori di Grey's Anatomy in ospedale, luogo dove si consumano la vita e la morte. Ci siamo ritrovati come al centro della stanza degli specchi ne La Signora di Shangai di Orson Welles: riflessi da ogni angolatura, dove è impossibile sfuggire al nostro stesso sguardo. I telefilm si sono trasformati sempre più in sentinelle delle nostre coscienze, in cartine da tornasole, in bandiere di quello che siamo. La vera "Second Life" si dispiega nelle serie tv. Bivi ed incroci al fianco dei nostri alter ego, dove scegliere insieme a loro come in un gioco virtuale, con i finali sospesi che ci lasciano immaginare (e aspettare, trepidanti) fino alla puntata successiva. Con il passare del tempo, quelle creature che ci hanno accompagnati dagli albori della tv hanno travalicato il piccolo schermo, sedendosi di fianco a noi. Non più solo sul divano: in tram, in macchina, in ufficio, al bar, in palestra, a letto prima di prendere sonno. Addirittura, si sono permessi di entrare al cinema. Hanno cominciato a parlarci. Hanno scosso le coscienze, i sentimenti, le emozioni. E dai battibecchi fra George e Mildred siamo arrivati alle confessioni del serial killer Dexter, passando dal Pianeta delle scimmie e da Twin Peaks. Perché, in fondo, “Quando uno corre sull'autostrada della vita deve dimenticare i limiti di velocità e deve andare a tutto gas!”. Fonzie dixit».

I commenti su "La vita è un telefilm" tratti dalla stampa

"La citazione è un atto d' amore e una raccolta di citazioni è, prima di tutto, un libro devozionale. Così, d'acchito, si presenta 'La vita è un telefilm', la saggezza del nuovo millennio attraverso le battute delle serie tv. Scritto da Leopoldo Damerini e Chiara Poli, edito da Garzanti, il florilegio di battute memorabili si distende attraverso una serie di categorie utile a farci comprendere meglio i mondi in cui viviamo (quello reale e quello virtuale), a donarci una riserva di saggezza da usare al momento opportuno, a ostacolare il pensiero dominante. La prima voce consultata è necessariamente una metavoce, «Citazione». Ed è questa, del Dr. Gregory House: «Come diceva il filosofo Jaeger non si può avere tutto quello che si vuole». È una citazione curiosa sia perché è tratta da una canzone sia perché l' edizione italiana ha pasticciato non poco con la pronuncia del leader dei Rolling Stones, facendolo passare per un pensatore tedesco. La seconda voce è «Televisione» e appartiene ad Alfred Hitchcock ai tempi in cui appariva in video per presentare i suoi celebri telefilm. È di rara sottigliezza e autoironia: «Non so se avete la tv. Ve la consiglio in modo particolare. Ci sono anche delle cose noiose, è vero, una per esempio è costituita da questa parte del programma che, in genere, è del tutto superflua». La citazione possiede una forza fascinatrice: di suggestione in suggestione, fra lacerti lacerati, si parte dalla Bibbia e si può anche arrivare alla scuola dei Baci Perugina, ma chi non sa resistere alla tentazione di cogliere fior da fiore dall' albero del pensiero? La vita è un telefilm privilegia le citazioni della serialità di genere a scapito della serialità d' autore. Forse gli aforismi di 'Lost', di 'Sex and the City', di 'Desperate Housewives', dei Soprano meritavano maggior attenzione". (Aldo Grasso, Corriere della Sera) "Gli autori partono da un presupposto, enunciato fin dal titolo: La vita e' un telefilm. Basta accendere la tv a qualsiasi ora per accorgersene, anche nelle giornate ferragostane dedite alle repliche e alla sempre trionfante Signora in giallo. Non c'e' reality che tenga: sono le storie inventate quelle che meglio descrivono la vita, nell'eterno corto circuito fra realta' e finzione. Chiara Poli e Leopoldo Damerini, (che ha fondato l'Accademia del telefilm e ne ha scritto un Dizionario) hanno selezionato per Garzanti «la saggezza del nuovo millennio nelle 2020 migliori battute delle grandi serie televisive». Hanno diviso le battute per temi che vanno da «abilita'» a «vivi e lascia vivere» passando per amore, bugie, denaro, guerra, matrimonio, politica, sesso. Di tutto un po'. Esempi. Da 'Scrubs', su Internet: «Sono quasi sicuro che se da internet togliessero i siti porno, resterebbe un solo sito chiamato ''Ridateci il porno'». Da 'Will & Grace', sull'omosessualita': «Quale mostro puo' regalare a un bambino di dieci anni un guantone da baseball, quando aveva chiesto una foto autografata di Elton John?». Da 'Ally McBeal', sulla depressione: «Ogni volta che sono depressa mi accorcio le gonne. E se le cose non cambiano, fra poco verro' arrestata». Da 'Tutti odiano Chris', sull'amore: «Amare significa non dover mai dire: impiccati». Le battute sono rappresentative di sceneggiature scintillanti: le immagini contano, ma sono poi le parole, quelle che reggono i telefilm". (Alessandra Comazzi, La Stampa) "U na sorta di breviario, un Bignami salva-vita, un pò come il Manuale delle giovani marmotte: potremo essere certi di avere la frase adatta per ogni occasione. Un bell'esempio di come i telefilm siano diventati così popolari da travalicare i confini dell'elettrodomestico catodico e diventare parte della quotidianità di ognuno di noi ".( Series ) " 2020 battute selezionate con scrupolo, da imparare a memoria. Meglio citare correttamente il dottor House che, sbagliando, Cicerone ".( A-Anna ) " Le migliori 2020 battute tratte dalle serie tv ".( Famiglia Cristiana ) " Frasi di culto e straculto, esistenziali, divertenti, profonde, provocatorie o assurde, ciniche o romantiche, da scrivere sul diario o sullo screensaver, da stampare sulle magliette, da inviare via sms, da usare come ispirazione per una dedica... ",( TgCom ) " Un'opera davvero imperdibile per tutti i telefilm maniaci ".( Telesimo )

L'Accademia dei Telefilm

Dopo il successo del "Dizionario dei Telefilm" (Garzanti), è nata l'associazione culturale che si promette di promuovere e salvaguardare la qualità delle serie televisive dentro e fuori il piccolo schermo: l' Accademia dei Telefilm , non è un caso, nasce da un'idea dei due autori del "Dizionario" quale declinazione attiva, o meglio di spin-off, del loro lavoro di ricerca e passione. Come già scrivevano Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria nell'Introduzione della loro opera: "i telefilm sono considerati da molti come un sottogenere del cinema, fiction di serie B, parentesi tra una pubblicita’ e l’altra. Eppure, per noi e per molti altri, per chi probabilmente avra’ acquistato questo volume “strano” ma a nostro avviso necessario, essi hanno allevato piu’ di una generazione: se la televisione e’ stata la baby-sitter degli ultimi cinquant’anni, le serie tv sono diventate un po’ come quelle storie che da bambino ti racconta la tata, che crescendo ti rimangono dentro, che segnano un periodo della tua vita, che ti appassionano, ti coinvolgono o, semplicemente, liberano la tua fantasia. Non importa l’eta’, il sesso o la classe sociale di chi le percepisce e le vive: l’immaginazione non conosce carte d’identita’, non guarda in faccia nessuno; al massimo chiede la tua, di faccia, davanti al teleschermo. Storie realistiche o fantastiche, credibili o “ai confini della realtà”: storie comunque “colpevoli” di essere arrivate alla soglia della nostra Cultura, di essere sgattaiolate dentro dal retro, quello pop, per poi esserci rimaste nascondendosi tra un capolavoro del grande schermo e un dipinto da National Gallery. Magari con la complicita’ di Andy Warhol, per il quale ognuno di noi ha diritto ai suoi dieci minuti di ribalta; loro, i telefilm, ne chiedono mezz’ora o un’ora al giorno, tanto per togliere la noia di torno. Ciascuno di noi e voi, ne siamo coinvinti, conserva una o piu’ serie del cuore; un personaggio, un titolo, una sigla, un attore, una scena...". Da questi presupposti, l' Accademia dei Telefilm si propone di riunire sotto la stessa denominazione esperti del settore, direttori di reti televisive, critici tv, fans club più o meno ufficiali, volti e nomi che hanno fatto grande il genere, ma anche e soprattutto semplici telespettatori curiosi. Come minimo denominatore di tutti i soggetti coinvolti è stato, da principio, un sito internet (www.accademiadeitelefilm.it), un vero e proprio punto d'incontro a iscrizione gratuita su richieste o proteste sulla programmazione, dibattiti e speciali ad hoc, dubbi e precisazioni su titoli e volti di serie tv. Sul sito dell' Accademia dei Telefilm , oltre ad un aggiornato Bollettino con tutte le news dell'universo telefilm, è oggi attivo un forum dove è possibile scambiarsi opinioni e segnalazioni direttamente tra gli iscritti su tutte le serie tv più amate. "Siamo sempre stati convinti che quello dei telefilm sia il pubblico più esigente che possa esistere - spiegano Damerini e Margaria - quello più affezionato e, inspiegabilmente, almeno fino a qualche tempo fa, quello più sottovalutato. L'Accademia si propone proprio di promuovere la cultura di un genere che ha reso il nostro piccolo schermo un pò più grande con l'illusione che il domani sia un'altra puntata". Nel giugno 2003, l' Accademia dei Telefilm ha varato il Primo " Telefilm Festival ", l'unica manifestazione al mondo aperta al pubblico interamente dedicata alle serie tv: lo scopo dell'evento, al quale hanno preso parte più di 5000 persone tra Milano e Roma, è stato quello di "rendere il telefilm ancora più pop (nel senso di 'popular'), 'teletrasportarli' tra la gente, dal piccolo al grande schermo". Fino alla terza edizione, la manifestazione si è svolta a Milano nelle sale del Cinema Arcobaleno. Nel maggio 2004 è stata la volta della Seconda edizione del " Telefilm Festival ", con oltre 10.000 presenze. Dal maggio 2005, dalla realizzazione del Terzo " Telefilm Festival ", l' Accademia dei Telefilm si è avvalsa della preziosa collaborazione di " Tv Sorrisi e Canzoni " e ha contato 12.000 persone. In occasione dei 50 anni della Tv italiana (3 gennaio 1954-3 gennaio 2004), l' Accademia dei Telefilm ha lanciato il più Grande Sondaggio sulle Serie Tv mai realizzato (per la cronaca, "Miglior serie di tutti i tempi" è risultata " X-Files ", che ha battuto ai punti " Star Trek "). Nel novembre 2004, l'Accademia ha dato vita al " Telefilm Magazine ": la prima e la più autorevole rivista interamente dedicata alle serie tv è diretta da Antonio Visca. Nel maggio 2006, la Quarta edizione del " Telefilm Festival " si è spostata nel centrale Apollo SpazioCinema e ha segnato un boom di presenze: 15.000 intervenuti. Nel luglio 2006, l' Accademia dei Telefilm ha organizzato il " Grey's Anatomy Day ", ovvero una giornata promozionale e una serata di beneficenza con tutto il cast del popolare telefilm medico, il cui incasso è stato interamente devoluto alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. Nell'agosto 2006, nella suggestiva cornice della Corte degli Agostiniani a Rimini, AdT ha organizzato per la direzione artistica di Massimo Picozzi la kermesse “ KRIMINI- sulle tracce dell’assassino ”, il primo evento italiano dedicato al mondo del giallo, del crimine e del noir. Tra crimini veri e di fiction, un tuffo estivo sulle tracce del mistero e dei suoi protagonisti. Nel maggio 2007, l'Accademia ha festeggiato la Quinta edizione del " Telefilm Festival ", allungandosi di un giorno in più di Workshop rivolto agli addetti ai lavori per capire il "prodotto" telefilm e avvalendosi di un incontro all'Università Cattolica di Milano dedicato agli studenti presieduto dal Prof. Aldo Grasso sulla qualità delle serie tv moderne. http://www.accademiadeitelefilm.it

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I RISULTATI DE "IL PIU' GRANDE SONDAGGIO DEI TELEFILM" PER I 50 ANNI DELLA TV ITALIANA (1954-2004)

Ecco i risultati definitivi delle Top Seven di ciascuna categoria del più Grande Sondaggio sui Telefilm mai realizzato, lanciato dall’ Accademia dei Telefilm nel 2004, in occasione dei 50 anni della Tv italiana. I risultati finali e i vincitori sono stati resi noti sabato 8 maggio 2004, nel corso del “ Telefilm Festival ”. Il totale dei votanti è stato di 9021 persone. Sezione Qualità “Migliore Telefilm di tutti i tempi” 1. X-Files 2. Star Trek 3. E.R. 4. Happy Days 5. Ai confini della realtà 6. I segreti di Twin Peaks 7. Friends “Migliore Telefilm del 2000” 1. C.S.I. 2. Buffy/Smallville 3. 24 4. Will&Grace/Ally McBeal 5. I Soprano 6. Alias 7. Dark Angel “Migliore Telefilm della stagione” 1. Six feet under 2. 24 3. Will&Grace 4. Alias 5. Dark Angel 6. Law&Order – Special Victims Unit 7. C.S.I. – Miami / Nip/Tuck “Migliore Telefilm italiano di sempre” 1. Distretto di polizia 2. Ispettore Maigret 3. La squadra 4. Medico in famiglia 5. Casa Vianello 6. I vicini di casa/ Il giornalino di Gianburrasca 7. I ragazzi della Terza C/I ragazzi del muretto “Migliore Telefilm sul satellite” 1. Angel 2. Otto semplici regole 3. That’s 70 Show 4. Perfetti…ma non troppo 5. Boomtown 6. Oz 7. Bottom “Migliore Telefilm poliziesco” 1. Starsky&Hutch 2. NYPD 3. Miami Vice 4. Colombo 5. C.S.I. – Scena del crimine 6. I segreti di Twin Peaks 7. Hill Street giorno e notte “Migliore Telefilm medico” 1. E.R. 2. M.A.S.H. 3. Chicago Hospital 4. Dottor Kildare 5. Squadra Emergenza 6. Un medico tra gli orsi 7. Ben Casey “Migliore Telefilm legale” 1. Ally McBeal 2. Perry Mason 3. Law&Order 4. J.A.G. – Avvocati in divisa 5. The Practice – Professione avvocati 6. L.A. Law – Avvocati a Los Angeles 7. Giudice Amy “Migliore Telefilm fantascientifico” 1. X-Files 2. Star Trek 3. Ai confini della realtà 4. Agente Speciale 5. Spazio: 1999 6. UFO 7. Il prigioniero “Migliore Telefilm drammatico” 1. Dawson’s Creek 2. Beverly Hills 3. Saranno famosi 4. Dallas 5. I Soprano 6. Melrose Place 7. West Wing “Migliore Telefilm comico (Sit-com)” 1. Ally McBeal 2. Friends 3. George e Mildred 4. I Jefferson 5. Mork&Mindy 6. Will&Grace 7. La famiglia Addams/Sex & the City Sezione Tecnica “Migliore attore” 1. Robin Williams ( Mork&Mindy ) 2. Peter Falk (Colombo) 3. Larry Hagman (Dallas) 4. John Ritter (Tre cuori in affitto) 5. James Gandolfini (I Soprano) 6. Michael J. Fox (Casa Keaton) 7. Anthony Edwards (E.R.) “Migliore attrice” 1. Calista Flockhart ( Ally McBeal ) 2. Gillian Anderson (X-Files) 3. Mary Tyler Moore (Mary Tyler Moore Show) 4. Debra Messing (Will&Grace) 5. Fran Drescher (La tata) 6. Sarah Jessica Parker (Sex & the City) 7. Isabel Sanford (I Jefferson) “Migliore regia” 1. I segreti di Twin Peaks 2. Buffy 3. X-Files 4. Band of brothers 5. Il prigioniero 6. E.R. 7. Miami Vice “Migliore colonna sonora” 1. Miami Vice 2. Dawson’s Creek 3. Saranno famosi 4. Happy days 5. Ally McBeal 6. Baywatch 7. Friends “Migliore sigla” 1. Attenti a quei due 2. X-Files 3. Happy days 4. Charlie’s Angels 5. Miami Vice 6. I segreti di Twin Peaks 7. I Soprano/Il prigioniero/UFO